Sta cambiando la geografia della Chiesa

«Le periferie? La grande questione è capire che cosa siano. In qualche modo, lo siamo tutti. Tra un po’ di tempo, anche l’Europa sarà una periferia del cristianesimo». E quel «po’» vuol dire proprio poco: trenta, quarant’anni al massimo. «Entro il 2050, quasi un cristiano su tre vivrà in Africa. In Cina ci saranno più di 100 milioni di fedeli, il doppio dell’Italia. Tra i primi dieci Paesi per numero di cristiani non ce ne sarà nessuno europeo».
La Chiesa, insomma, avrà un “volto nuovo” e una “nuova mappa”, come recitano i titoli dei saggi di Philip Jenkins, 63 anni, docente di Storia e Religious studies alla Baylor University di Waco (Texas) e massimo esperto mondiale di “geografia delle fedi”. I motivi sono vari. La demografia, che nel tempo sposta i pesi di parecchio (nel 1900 gli europei erano un quarto dell’umanità, oggi sono l’11%, nel 2050 non più dell’8%...). La politica, capace di generare guerre e profughi. La secolarizzazione spinta di certe zone e la vivacità delle Chiese in altre.
Ma anche una percezione della realtà tanto comune quanto sbagliata, che «dà per scontato che il cristianesimo coincida con l’Occidente: semplicemente, non è vero». Così, a leggere Jenkins si capisce un po’ meglio perché la fede sia molto di più di forme e modi a cui siamo abituati. Perché, l’agosto scorso, ci siamo ritrovati a bocca aperta davanti ai sei milioni di filippini a messa con papa Francesco a Manila, nell’evento più affollato di sempre. E perché conviene «guardare il mondo dalle periferie», come chiede di continuo lo stesso Pontefice: si vede molto di più dell’oggi, ma si intravvede meglio anche il domani.
Come sta cambiando la Chiesa globale?
«Probabilmente sta tornando a quello che era molto tempo fa. Nel Primo millennio il cristianesimo era presente in Asia ed Africa, oltre che in Europa: era una religione transcontinentale. È solo nel Medioevo che ha iniziato a identificarsi con la tradizione occidentale. Di fatto, ora sta recuperando le sue condizioni originarie, quelle che le sono familiari. Il futuro della Chiesa cattolica, in particolare, è in Africa e Asia, non c’è dubbio. E il cambiamento più radicale è in Africa: nel 1900 aveva 10 milioni di cristiani, nel 2050 saranno quasi un miliardo».
E questo cambiamento cosa comporta?
«In molti Paesi, l’espansione del cristianesimo è un fenomeno di prima o seconda generazione. È una fede giovane, più entusiasta, coinvolgente e che vive in una condizione diversa. I cristiani in Occidente non sono abituati a convivere con altre religioni da una posizione di minoranza. Se va in India o in Africa, non solo il rapporto con musulmani, buddhisti o indù è quotidiano, ma non puoi dare per scontate molte delle cose che per noi lo sono. Negli Stati Uniti puoi predicare il Vangelo ovunque, in Asia o Medioriente no. Questo può aiutarci a capire molte cose».

Lei scrive che in questi processi per noi “la domanda nodale deve essere una: che cosa è l’autentico contenuto religioso e che cosa è bagaglio culturale”. C’è un filo rosso che emerge, tra tutti i cambiamenti?
«In sintesi: il ritorno a Cristo. O la scoperta di Cristo. In certi casi l’attrazione verso il cristianesimo si mescola all’interesse per la cultura occidentale. Ma il centro è l’interesse per la figura di Gesù».

Ha ragione il Papa quando dice che “dalle periferie si vede meglio il centro”?
«Assolutamente. Papa Francesco sta ponendo una serie di questioni importantissime. E lo sta facendo in un modo che molta gente trova affascinante, attraente; il che aiuta a prendere sul serio quello che dice. In Europa e negli Stati Uniti molti agnostici si stanno interessando a lui. Sta creando ponti. Il suo è un grande lavoro».

Ma la fede può tornare a crescere anche nella periferia-Europa?
«Chissà. Se un cristiano europeo si guarda in giro, si rende conto che l’impulso dato alla fede dal Vecchio Continente ha avuto un certo successo. C’è stato uno slancio missionario grande che ha fatto nascere tante chiese locali. Ora il flusso si inverte, ma è sempre la stessa fede. In fondo è un messaggio incoraggiante».

 

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